sabato 8 novembre 2014

Tre non quattro

Aveva apparecchiato per quattro. Di nuovo. È che proprio non riusciva ad abituarsi a quel posto vuoto. Quel posto vuoto che sembrava accusarla. Ma di che cosa, poi? Aveva solo pregato. Per una volta, una volta soltanto, che lo faceva, ecco che veniva ascoltata. Beh, a dire il vero, non era stata l’unica volta che si era raccomandata alla Madonna: c’erano state altre volte che Le si era rivolta, prima di quella notte. Solo che fino ad allora Emma non era mai stata esaudita. Mai. Tranne quella volta, quando non voleva essere accontentata, non in quel modo, perlomeno: cioè, se uno dice bianco, mica vuol sempre dire bianco bianco, no? Ci sono tante sfumature di bianco: bianco panna, bianco latte, bianco sporco, più bianco che non si può, mica deve essere per forza bianco e basta. Perché se una chiede che suo padre smetta di soffrire, è ovvio che chieda che smetta di stare male, mica che… sì, insomma, è chiaro. E adesso, quel posto era vuoto, per colpa di una preghiera mal formulata.
Chissà se aveva troppo caldo in giacca e cravatta? Dopotutto si era già a luglio, ma tra qualche mese sarebbe stato dicembre, e allora, non è che avrebbe avuto poi freddo? In fondo, quando l’avevano vestito, mica gli avevano messo il cappotto. Tutto rigorosamente scuro, tranne la camicia, rosa pallido. Quando era andata a comprarla con una zia materna, Emma aveva insistito per quel colore perché, diceva, suo padre era già scuro di carnagione e stava bene con i colori chiari. Peccato che i cadaveri abbiano un colorito a dir poco cadaverico e quella camicia chiara, una volta indossata, beh, stonava.
«Perché hai apparecchiato per quattro?» le chiese il fratello, col suo solito tatto, riportandola alla realtà.
«Mi sono sbagliata». Tre, adesso erano in tre, non più in quattro.

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