sabato 27 settembre 2014

L'Affittacamere (esercitazione n. 2 del GSSP)

Dromer è un impiegato di banca con tanti sogni irrealizzati. Vive con l’ambiziosa moglie Tani in un piccolo centro rurale del Mississippi, Riceville. Questa scelta di vivere in quel piccolo paesino non segnato da nessuna mappa è fonte di litigi tra i due coniugi, dal momento che a Riceville Tani preferisce una città più movimentata, come Gulfport, dove lavora come assistente legale nello studio del padre.
Del resto, anche per un sognatore come lui, sarebbe stato meglio trasferirsi in una città come Gulfport, cosicché, forse, sarebbe riuscito a concretizzare il suo sogno più grande: suonare il sax in un locale jazz, invece che nel salotto della propria casa. Questo, però, l’avrebbe costretto a confrontarsi con il mondo reale: no, di gran lunga meglio continuare a lavorare dietro lo sportello di un’anonima banca, sognando di essere un grande jazzista, piuttosto che affrontare le difficoltà che un vero musicista incontra per poter realizzare il sogno di una vita.
Una sera, mentre è impegnato come al solito a suonare il sax immaginandosi di essere davanti a un pubblico pagante, anziché da solo nel salotto della propria casa di mattoni rossi a due piani, qualcuno suona il campanello.
«Ciao, Dromer». Una donna sulla trentina, con lunghi capelli rosso rame, vestita con un abito turchese e una giacca di cuoio, abbinata ai tronchetti dal tacco a spillo, gli rivolge uno sguardo enigmatico.
«Scusi, ci conosciamo?» Le chiede, riconoscendo, al collo della donna, un ciondolo che compare sovente nei suoi sogni, un fiore azzurro.
«Sì. Tu sai chi sono io».
In quel momento, squilla il telefono: poco prima, un guidatore ubriaco aveva invaso la corsia opposta, scontrandosi con l’auto di sua moglie Tani.
È quello l’inizio del suo incubo.
Mentre Tani versa in gravi condizioni, Mina – questo il nome della donna misteriosa – entra prepotente nella vita di Dromer, diventandone praticamente l’ombra: lo segue quando esce di casa per recarsi al lavoro, gli lascia messaggi nella segreteria telefonica… Si fa addirittura assumere come infermiera nello stesso reparto dove è ricoverata Tani.
E alla fine, Dromer cede, diventandone l’amante.
Questa relazione dà presto i suoi frutti: Dromer riesce a ottenere l’ingaggio per suonare il venerdì sera in un locale, ma lo scotto da pagare è altrettanto alto: ripresasi, Tani scopre la tresca del marito e decide di lasciarlo.
Dromer si sente finalmente libero, ma Mina non è un personaggio reale, e presto anche lei uscirà dalla sua vita, lasciandolo solo.

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N° caratteri spazi inclusi (min. 1800 – max 2500): 2498

Come immagini il protagonista: Impiegato presso la Gomila Bank di Riceville (luogo di fantasia che si troverebbe in Mississippi), Dromer è di media statura e sui quarant’anni, con gli occhi castani, porta gli occhiali e ha folti capelli scuri – come i baffi e il pizzetto – che pettina all’indietro. Sognatore, è una persona tranquilla e metodica, con piccoli rituali come il caricare ogni sera la sveglia in modo che suoni alle sette precise. Il mattino dopo, però, appena la sveglia trilla, lui la blocca, posticipando il momento in cui si alzerà: adora godersi quei pochi minuti a letto, immaginandosi una giornata che, finalmente, potrebbe essere come la immagina lui. Anche la colazione segue un suo rito: la sera, non appena terminato di rigavernare.la donna di servizio gli prepara il piatto dove il giorno vi avrebbe collocato le uova e la pancetta fritte, e posandovi accanto la tazza per il caffè. Anche il tragitto casa-lavoro (e viceversa) è lo stesso. Non ama indossare la cravatta. Da giovane, sognava di diventare un jazzista, ma le ambizioni del padre lo hanno costretto a laurearsi in Economia e a trovare lavoro come impiegato presso la banca locale. Si è sposato con Tani appena laureato.

Come immagini l’altro o almeno un altro personaggio principale: Mina è un personaggio immaginario che prende fattezze umane: si presenta al protagonista come una donna affascinante e misteriosa. Ha circa trent’anni e capelli rossi che ama lasciare sciolti sulla schiena. Di lei Dromer non sa nulla e all’inizio è tentato di denunciarla come stalker, ma, alla fine, si lascia incantare dai suoi modi, completamente diversi da quelli dell'ingessata Tani.

Cosa ti soddisfa del tuo testo: Essere riuscita a sbloccarmi, anche grazie alla tecnica del clustering, e ad avere una visione d’insieme del mio racconto.

Cosa non ti convince o faresti diversamente: Non mi convince molto la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto per quanto riguarda Mina e Tani: proprio per questo, ho l’impressione che il mio testo più a un micro romanzo assomiglia a una sinossi.

domenica 21 settembre 2014

Lo Stroncatore - nuova rubrica

Sono una di quelle persone (poche) alle quali le vetrine delle scarpe non procurano orgasmi. In compenso, ho una vera passione per borse, cappelli e... libri. Scialacquerei capitali per i libri: il mio sogno è un caffè letterario. Tuttavia, non tutti i libri che ho riposto nella libreria, o sul comodino, o sulla scrivania, o in altri posti in casa, mi sono piaciuti.
Quindi, ecco a voi questa nuova rubrica: "Lo Stroncatore".
A inaugurarla, è "Il castello di Otranto" di Walpole. Considerato il padre del romanzo gotico, per ammissione dello stesso autore, vi sono mescolati due generi: il pauroso e il comico. Certo, leggendolo con i nostri occhi, rimaniamo indifferenti al gigante che appare "a rate", ma se proviamo a usare il metro di una persona del diciottesimo secolo (perché è nel '700 che è stato scritto e pubblicato), allora - forse - riusciremmo a trovarlo, almeno nella prima parte, un po' spaventoso. Ciò che, secondo me, rovina tutto è la seconda parte, quando gli eventi precipitano fino alla morte di Matilda, figlia del marchese (usurpatore) di Otranto: gravemente ferita, si lancia in un monologo decisamente impossibile per una moribonda. Ma, forse, in quell'epoca la morte faceva diventare logorroiche le pie donzelle...

sabato 20 settembre 2014

A scoppio ritardato (esercitazione 1 del GSSP)

Ecco che arriva. Finalmente, aggiungo. Questo significa che tra pochi secondi cominciamo a lavorare. Lei è così: arriva sempre all’ultimo secondo utile, che poi, non è che abbia qualche bambino da allattare, o che la tiene sveglia quasi tutta la notte. Che cosa le costa alzarsi cinque minuti prima e arrivare con calma? No, lei deve sempre essere di corsa e, infatti, anche questa volta ha indossato male la cuffia, ma che glielo dico a fare? Tanto lei considera la divisa come “straccetti”…
«Sempre di corsa?» Le chiedo, quando ci siamo sistemate al nastro.
«Già, questa mattina la sveglia non ha suonato».
Chissà perché ero sicura che aveva la risposta pronta?
E… quindi? Mi verrebbe da chiederle, visto che si è subito chiusa nel suo mutismo. Sono cinque anni che lavoro qua dentro e so per certo che non lo fa perché mi trova antipatica, dal momento che parla pochissimo con chiunque, però, sono solo le sei del mattino! Se continua così, il tempo non passa più!
«Alza un po’!»
Come non detto: volevo provare a coinvolgerla in una discussione, ma l’arrivo della capoturno spazza via le mie speranze di una chiacchierata. Naturalmente, lei si oppone, ma non c’è nulla da fare: i vassoi con le mele ci arrivano pieni e la velocità è troppo bassa.
Ha la mano pesante, però: altro che alzare solo un po’! Come minimo avrà messo la velocità a forza dieci. Infatti, alla prima occasione, ferma il nastro perché adesso i vassoi arrivano troppo vuoti e non c’è più nessuna donna dopo di noi. Cioè, una donna ci sarebbe, ma lei deve riempire le scatole con questi vassoi, e non è certo compito suo aggiungere mele mancanti o sostituire quelle danneggiate, o addirittura marce: quello è compito nostro.
«Che cosa hai fatto di bello, ieri pomeriggio?» Riprovo, una volta che la capoturno se ne è andata.
E lei comincia a raccontarmi del suo romanzo nel cassetto: pare si sia ispirata a un affresco del castello, e poi mi parla dei libri che ama leggere.
Siamo diverse: io amo guardare le vetrine di abiti e accessori, anche se non amo spendere, invece lei si perderebbe in una libreria. Altro che mutismo: adesso pare non smetterla più!
Evidentemente è la sua natura essere a scoppio ritardato.


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martedì 16 settembre 2014

Listo ~ Dieci libri che hanno lasciato il segno

Il titolo di questa rubrica è in Esperanto ("colui che spera"), una lingua artificiale, creata nel 1887 da Zamenhof e parlato ad oggi in 120 paesi. Scopo di questa lingua è quello di far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all'umanità e non a un popolo. Come i libri, patrimonio non di una persona, ma dell'umanità intera. Per questo ho deciso di creare questa rubrica a cadenza variabile in cui stilerò ogni volta un elenco ("listo" in Esperanto) dei dieci libri che più mi hanno colpito tra quelli letti recentemente.



Harry Potter
            Ho scoperto il maghetto con gli occhiali che ero ormai adulta da un bel po’, tuttavia è stato amore a prima vista, tanto che ora sto scrivendo delle fanfiction ambientate in quel mondo. La mia coppia preferita? Draco*Hermione, ovviamente, anche se ammetto che avendo riassunto diciannove anni in poche pagine, all’autrice non era rimasto altro che quel finale.

Chocolat
            Ho letto il romanzo dopo aver visto il film, fortunatamente. Bellissimo il film, ma molto più espressivo, anche se più crudo, il libro.

Il seme del male
            Romanzo giovanile della Harris, ha un non so che di evanescente. Un horror fantastico, ma io sono di parte, amando quasi visceralmente l’horror.

Le petit prince
            Scoperto nella libreria dei miei nonni quando andavo ancora alle medie, l’ho amato alla follia. È stato il libro che mi ha fatto conoscere la letteratura straniera in lingua originale.

Le clochard
            Obbligata a leggerlo in seconda ragioneria, è stato il libro che mi ha fatto odiare Simenon. Forse l’unico caso, per quanto mi riguarda, in cui preferisco la serie tv al romanzo.

La Divina Commedia
            “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza”. C’è bisogno di altre parole per descrivere questo capolavoro? Essendo un libro di testo delle superiori, mi sono ritrovata obbligata a studiarlo per ben tre anni e avendo deciso di portare Italiano come prima materia all’orale (e sì, quando mi sono diplomata io c’era ancora la fatidica scelta tra le quattro materie), avrei forse dovuto odiarlo, e, invece, me ne sono innamorata.

Umana avventura
            Con questo romanzo di Bevilacqua mi sono presentata all’esame orale di Italiano, proponendo una tesina sull’esistenzialismo. Peccato che per l’esaminatore, il romanzo presentasse tracce di simbolismo… Probabilmente avevamo ragione tutte e due, ma io, a distanza di vent’anni resto dell’idea che si avvicinasse di più a Sartre che non a Baudelaire e compagnia…

Anna Karenina
            Il libro che mi ha spinto a cambiare idea sulla letteratura del XIX secolo. Merito anche del traduttore? Non lo so, sta di fatto che mi sono innamorata dei personaggi e ho pianto per la fine di Anna, ma, forse, anch’io avrei agito come lei.

La casa degli spiriti
            Il libro che mi ha fatto conoscere la Allende e che mi ha fatto innamorare della letteratura sudamericana. Diversi anni dopo, vidi il film con Banderas: peccato che per motivi di trama saltarono una generazione.

Fiore di neve e il ventaglio segreto
            La storia di un’amicizia stipulata tra due bambine destinata a durare tutta la vita, ma che un equivoco rovinerà irrimediabilmente: tutto il romanzo, infatti, scritto in prima persona con la voce di Giglio Bianco, è permeato da una nota malinconica e di rimpianto.
Con questo libro, Lisa See mi ha presentato una cultura di cui conoscevo solo la pratica della fasciatura dei piedi. Ottimo per venire a contatto con una società semi-sconosciuta, ma non adatto per i troppo sensibili, a causa della minuziosa descrizione della fasciatura.

Un altro libro molto bello di Lisa è “La ragazza di Giada”, anch’esso ambientato nell’antica Cina, ma siccome il titolo del thread è “Dieci libri che hanno lasciato il segno”, ho esaurito lo spazio a mia disposizione.

lunedì 15 settembre 2014

L'annusalibri ~ I maestri oscuri (Karen Maitland)

"L'annusalibri" è la mia rubrica dedicata alla recensione dei libri che più mi hanno colpito tra tutti quelli che ho letto e che leggo. Ho scelto questo nome perché, appena ho un libro tra le mani, non resisto alla tentazione di annusare l'odore della carta stampata, che sia un libro nuovo di zecca, ancora sugli scaffali della libreria, o un vecchio tomo preso in prestito dalla biblioteca.









Non è l'ultimo libro che ho letto, ma quello che mi ha colpito di più: "I Maestri Oscuri" di Karen Maitland, scrittrice contemporanea inglese, forse per il fatto che affronta un argomento sul quale ero totalmente ignorante, quello dei beghinaggi.
È un romanzo corale scritto in prima persona, in cui a parlare non è un singolo narratore, bensì tanti quanti sono i personaggi principali: ogni singolo capitolo, infatti, affronta il punto di vista dell'attore a cui è dedicato, ma non mi è chiaro se la struttura è a focalizzazione multipla o singola. 
Ambientato nell'Inghilterra del 1321, descrive le difficoltà incontrate da un gruppo di donne provenienti da Bruges, le quali, ricevuto in eredità un appezzamento di terreno, si trasferiscono nel piccolo villaggio di Ulewic: trovatesi dapprima a tutelare la popolazione da un gruppo di uomini - i Maestri Oscuri, appunto - che seminano il terrore tra la gente, anche grazie alla superstizione imperante e all'ignavia del curato, esse faranno di tutto per smascherare questa setta, ma, alla fine, osteggiate anche dagli stessi popolani, dovranno difendersi perfino da un'accusa di stregoneria.
Protagoniste sono dunque queste donne, le beghine. Un termine la cui origine è incerta, ma che è comunque dispregiativo e indica un gruppo di donne, nubili e/o vedove, che scelsero di ritirarsi fuori dal mondo, senza tuttavia prendere i voti, ma pur sempre in seno alla Chiesa Cattolica. 
Sebbene non si basassero necessariamente su presupposti eterodossi, queste associazioni, alle quali si era ammessi senza pronunciare i voti, ben presto caddero in sospetto di eresia a causa della loro interpretazione esclusivamente letterale delle Sacre Scritture. Essi furono influenzati dagli insegnamenti degli Albigesi e dai Fratelli del Libero Spirito, la cui dottrina fiorì nei pressi di Colonia nello stesso periodo e fu condannata come eretica.Le beghine non erano suore perché non avevano mai preso i voti, avrebbero potuto tornare alla vita precedente o anche sposarsi se l'avessero voluto, e non avevano mai rinunciato alle loro proprietà. Se una beghina non aveva nulla, non chiedeva né accettava l'elemosina, ma si sostentava lavorando o con l'insegnamento ai figli dei borghesi. Viveva nel chiostro durante il tempo del suo noviziato ma poi, alla fine di questo, ritornava alla sua dimora e, se poteva permetterselo, si circondava anche di servi personali. Lo stesso obiettivo nella vita, gli stessi insegnamenti ricevuti, e la comunità di culto erano gli unici legami che aveva con le sue compagne. (fonte: Wikipedia)

Karl Raimund Popper, La società aperta e i suoi nemici.


“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso della violenza. Dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti. Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l’intolleranza si pone fuori legge e dovremmo considerare come crimini l’incitamento all’intolleranza e alla persecuzione, allo stesso modo che consideriamo un crimine l’incitamento all’assassinio, al ratto o al ripristino del commercio degli schiavi.”


domenica 14 settembre 2014

14 Settembre 2012

Disclaimer: Questa storia è tratta da un fatto realmente accaduto, ma i personaggi sono potteriani e si muovono in un contesto alternativo all'epilogo descritto da J. K. Rowling. I personaggi appartengono dunque a J. K. Rowling e alla casa editrice che ne detengono i diritti. Questa storia non è a scopo di lucro, ma è stata scritta unicamente con intenti ludici. 


Dedicato a M. G.


Quando uscì dal San Mungo, le venne spontaneo alzare la testa verso il cielo, il quale, stranamente per il periodo, era terso. Il sole era tramontato da circa quattro ore e nemmeno la luna si vedeva più. La notte ideale per vedere le stelle, ma, anche se si trovava nella periferia di Londra, l’inquinamento luminoso era tale che l’unico modo per vedere quei lontanissimi puntini luminosi era immaginarseli. E allora, mentre inspirava una boccata d’aria fresca - per quanto potesse definirsi “fresca” l’aria settembrina di Londra - chiuse gli occhi e nella sua mente si affacciò l’immagine della costellazione del Dragone. Sorrise a quello scherzo del suo cervello: era stanca, ma, anziché smaniare di tornare a casa propria, dove un marito e due piccole pesti la stavano aspettando, era intenzionata a smaterializzarsi proprio nella dimora dell’uomo che di quella costellazione portava il nome. Per la seconda volta nel giro di pochi minuti, sorrise.
Nell’ombra, nascosto dietro l’angolo di quello che per i Babbani era semplicemente il magazzino abbandonato di Purge & Dowse Ltd. un uomo dai capelli rossi ghignò: perfino per gli Auror era impossibile rintracciare una persona smaterializzata, ma lui, Ronald Bilius Weasley, dai più considerato come il marito poco intelligente di Hermione Granger, era riuscito a mettere a punto un incantesimo che gli permetteva di smaterializzarsi a sua volta nello stesso posto della persona che stava seguendo.
Bacchetta alla mano, enunciò l’incanto che lo avrebbe portato dove si trovava la sua donna: nella parte magica del parco di Kensington. Una smorfia si dipinse sul suo volto quando lesse la targhetta sul muro di mattoni rossi di una villa elisabettiana, che ne identifica il proprietario: Draco Lucius Malfoy.
Uno sguardo assassino attraversò le sue iridi, mentre si appostava nuovamente nell’ombra. Era stato previdente a chiudere il Camino della loro casa a Diagon Alley: Hermione non avrebe mai potuto utilizzarne uno all’interno di quella villa per far rientro a casa, ed era altresì certo che un uomo come Malfoy avesse esteso anche a quella magione l’impossibilità per gli estranei di materializzarsi o smaterializzarsi all’interno di  essa.


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«Ciao». Il sorriso che le rivolse non appena l’elfo la introdusse nello studio la ripagò della gironata massacrante appena trascorsa. Era bello Draco, quando sorrideva. Peccato che quei sorrisi glieli riservava soltanto durante i loro incontri clandestini.
«Ciao», gli rispose semplicemente, quasi crollando sul divano.
«Turno pesante?» Le chiese, porgendole un bicchiere di Acquaviola e posizionandosi alle sue spalle, massaggiandogliele.
«Già. Oggi è stato ricoverato un bambino di sette anni, Micheal Cloves - credo che tu conosca suo padre - per una sospetta influenza. Beh, già la sua famiglia non aveva digerito che fosse un Magonò, quando poi i genitori hanno scoperto che non si trattava di una semplice febbriciattola, bensì di una malattia babbana...» Non finì la frase, ancora sconvolta per la scena a cui aveva assistito in reparto.
«Ehi, adesso sei qui. È tutto finito», la consolò, andando a sedersi accanto a lei e abbracciandola. Quando erano ancora studenti la prendeva in giro per questa sua vena sensibile che la portava a difendere perfino gli indifendibili, come il pollo di Hagrid che gli aveva quasi staccato un braccio, o creature inette come gli elfi domestici. Crescendo, e maturando, però, aveva cominciato ad apprezzarla. Sfortunatamente per lui, quando aveva finalmente aperto gli occhi, lei era già la signora Weasley. Se solo avesse osato chiedere il divorzio, Weasley le avrebbe portato via i bambini e Hermione ne sarebbe morta, ne era certo. Del resto, anche lui era legato ad Astoria, ma lui, in quanto uomo, poteva agire come più gli aggradava.
Hermione si lasciò cullare da Draco. Il suo abbraccio era avvolgente e caldo, non possessivo e privo di ogni manifestazione d’affetto come quello di Ron. Già, Ron. Aveva cominciato a guardarlo con occhi diversi a partire dal loro secondo anno a Hogwarts, ma lui sembrava avere gli occhi foderati di salame. Avrebbe dovuto farglielo notare, così se le divorava e l’avrebbe finalmente notata. Lei, però era una ragazza forse fin troppo orgogliosa (infatti era finita a Grifondoro,  anziché a Corvonero, oltre che per una sua certa rigidità mentale), per potersi fare avanti e scoprirsi così, come, invece, aveva fatto Lavanda al loro sesto anno. Aveva preferito rimanere nell’ombra e aspettare che lui si svegliasse da solo. E alla fine era accaduto. I primi mesi di matrimonio erano stati quasi perfetti, con lei che veniva assunta nel reparto di Malattie non Magiche, fortemente voluto dal neo Ministro Shacklebolt, e Ron che finalmente diventava un Auror. Poi erano seguite le nascite di Rose e Hugo, che avevano cementato ancora di più la loro unione, o così credeva Hermione. Non sapeva neanche lei quand’era successo che avevano cominciato ad allantanarsi l’uno dall’altra… Forse quando aveva lasciato il lavoro da Auror per tornare ad aiutare George al Tiri Vispi? Ma no, ne avevano discusso a lungo allora ed avevano convenuto assieme che sì, visto che era diventato padre per la seconda volta, era meglio per lui cercare un lavoro meno pericoloso, poi, con i turni massacranti di Hermione, almeno i bambini sarebbero stati un po’ di più con almeno un genitore. Invece, nulla era cambiato da quel fronte, anzi, se possibile, Ron tendeva a lasciarli sempre più spesso da Molly…
«Uno zellino per i tuoi pensieri», la riscosse Draco.
«Oh, scusa, mi ero persa nei miei pensieri», si giustificò.
«L’avevo notato. Ti succede sempre più spesso. Forse dovresti cambiare lavoro, magari puoi fare domanda per l’Ufficio Creature Magiche, che ne dici?» Le suggerì.
«Non è il lavoro...», obiettò, mordendosi il labbro inferiore.
«E allor… Hermione che cosa ne dici di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi divorzio?» La imbeccò ulteriromente.
«Sai che non posso. Ron mi porterebbe via i bambini, impedendomi perfino di vederli. E poi anche tu sei sposato», quasi lo accusò.
«Non è facile nemmeno per me, cosa credi?» Adesso si era scostato da lei.
«Però pretendi che lo sia per me. Forse è meglio che ci vediamo un’altra volta», e fece per alzarsi. Era stanca e non aveva voglia di discutere. Non con lui, per lo meno.
«Dove vuoi andare?» La guardò allarmato. Non voleva perderla, nemmeno per una sera soltanto.
«A casa. Sono esausta e non ho voglia di litigare. Non con te», ammise.
L’uomo le sorrise: «È bello pensare che non vuoi litigare con me. Resta, ti prego».
«Il Purosangue Draco Lucius Malfoy che prega qualcuno? Me, per giunta, la Mezzosangue per antonomasia?» Lo irrise.
«Hai detto giusto: LA, non UNA. Tuttavia, hai dimenticato un particolare», le strizzò l’occhio.
«Quale? Sentiamo», abboccò.
«La MIA Mezzosangue», le ammiccò nuovamente.
«Io non sono di nessuno», ribatté, leggermente offesa.
«Potrei offendermi, ma sono felice che non ti definisci della Donnola».
«Draco...», lo avvisò.
«Hai ragione, scusa. Questa sera pensiamo solo a noi», la abbracciò, con passione.
“Come potrei non perdonarti se prima mi preghi e poi addirittura ti scusi?” Avrebbe voluto dirgli, ma Draco l’aveva già coinvolta in un bacio ardente: le loro lingue, più che danzare, sembrava stessero lottando.
Quando si staccarono per riprendere fiato, senza dire una parola, Draco smaterializzò entrambi nella camera da letto.
Quella villa, lui l’aveva arredata pensando a un posto che fosse solo loro, e anche quella camera, dove il rosso e l’argento si rincorrevano, rifletteva il carattere dei due.
L’adagiò piano sul copriletto cremisi, mentre con le labbra tornava a espolarare il viso di Hermione, mentre le mani di lei gli accarezzavano i capelli.
«Draco...», mugolò, alzando un poco il bacino.
«Credevo fossi esausta», la provocò.
«Sono più affamata che esausta», mentre gli sbottonava la camicia.
«Che cosa ne dici di un brodino con verdure lesse?» Scherzò l’uomo.
«Naaa, questa sera ho voglia di pesce».
«Quando si mangia non si parla, non lo sai?»
«E allora baciami, stupido», gli ingiunse.
Draco non aspettava altro. Dopo averle sfilato il maglioncino prese a percorrerle il ventre di baci, fino a raggiungere l’ombelico, e da qui, rifare il percorso a ritroso, mentre con le mani la stringeva sui fianchi, quasi a volerle impedire di fuggire.
Hermione, che gli aveva sbottonato i pantoloni e intrufolato le mani dentro l’elastico dei boxer, prese a giocare con il membro del suo amante.
«Hermione… così mi fai morire».
«Dimentichi che sono un’ottima Medimaga. Ti rianimerei in un batter d’occhio», scherzò la donna, senza smettere di accarezzarlo intimamente.
Draco decise di renderle la pariglia. Lasciò la presa dai fianchi e prese ad accarezzarle lentamente le gambe, fino ad arrivare all’interno coscia. Tornò giù, verso il ginocchio, poi un’altra volta si avvicinò al suo inguine, senza tuttavia decidersi a oltrepassare la sottile barriera degli slip in cotone.
«Draco...», gli soffiò nell’orecchio.
«Dimmi che cosa vuoi», le chiese, mentre con la lingua le lasciava tracce umide sul collo.
«Te, voglio te».
Solo allora, Draco si alzò da lei e fece scivolare i pantaloni ai piedi del letto, poi la fece sedere a cavalcioni sulle sue gambe, sollevandole la gonna fino alla vita e riprendendo a baciarle il petto, mentre con le mani le sganciava il reggiseno, senza, tuttavia, far scivolare le spalline lungo le spalle. Le baciò l’incavo dei seni e Hermione si laciò andare, la testa e la schiena ripiegati all’indietro.
Era bello sentire le labbra e le mani di Draco lungo il proprio corpo. Era bello sentire la sua eccitazione premerle contro il ventre: stava quasi venendo solo per quello.
Con le labbra, Draco spostò le coppe del reggiseno e cominciò a succhiare prima un capezzolo e poi l’altro.
L’erezione era sempre più dolorosa e Draco decise che non voleva più perdere tempo.
Si persero così, uno dentro l’altra, semi vestiti…
L?ora più bella,
prima d’essere amazzato… (*)


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DUPLICE OMICIDIO AL MAGIK KENSINGTON GARDEN


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Londra. Ha sorpreso la moglie a casa dell’amante e non ha esitato a usare la bacchetta contro i due adulteri: l’uomo è morto subito, sotto l’Avada Kedavra, mentre la donna è deceduta poco fa al San Mungo, a causa delle profonde ferite infertele dalle ripetute Cruciatus. (**)
È accaduto questa mattina, poco prima dell’alba, nella parte magica di Kensington Garden, dove Draco Lucius Malfoy, una delle due vittime possedeva una villa. Lascia la moglie Astoria, figlia più giovane di Alfred Greengrass, membro anziano del Wizengamot, e un bambino di poco più di sette anni, Scorpius, che ora non solo dovrà crescere con l’incombente ombra di essere un discendente di Mangiamorte, anche se collaborazionisti, ma addirittura dovrà fare i conti con l’adulterio - pare ripetuto - di suo padre.
La donna è, invece, niente popodimeno che Hermione Jean Granger, Medimaga proprio presso la struttura dove è spirata poche ore fa. Lei lascia addirittura due figli, Rose, di sette anni, e Hugo di sei.
Che cosa può aver spinto questa donna a tradire il proprio talamo nuziale? Non ha minimamente pensato a quali conseguenze avrebbero portato il suo sconsiderato gesto? Tanto più che pare siano anni che frequentava il Malfoy. Purtroppo, cari lettori, questo non lo sapremo mai.
L’autore della strage, Ronald Bilius Weasley, migliore amico del Capo Auror Harry James Potter e marito di Hermione Granger, si è subito costituito, ma gli Auror stanno ancora indagando sulla ricostruzione e l’omicida è sotto la loro tutela, per cui non siamo ancora riusciti a intervistarlo. Siamo certi, però, che presto rilascerà una dichiarazione e noi saremo lì, pronti a raccoglierla per raccontarvela.
speriamo, inoltre che, in caso di processo, il Wizengamot si pronunci sulla sua non colpevolezza: dopotutto, l’ex strega più brillante della sua generazione l’ha ripetutamente tradito. (***)


Nita Calum


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(*) 4 marzo 1943 - Lucio Dalla
(**) LaStampa - 14/09/2012 ( tranne, ovviamente per la parte delle Maledizioni)
(***) Commenti di qualcuno dopo quanto avvenuto, perché questo racconto è tratto, purtroppo, da una storia realmente accaduta due anni fa, che io, naturalmente, ho romanzato e trasformato in Dramione. Per chi se lo stesse chiedendo, alcuni anni dopo la fine di Hogwarts, Hermione aveva reincontrato Draco al San Mungo.